Die letzte Mutter

Posted on settembre 15, 2010

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Ciao! hat Michela Murgia interviewt, in Italien eine der überraschendsten literarischen Neuentdeckungen der letzten Jahre.

Quando ad un mio compleanno la nonna mi diceva che “finivo” gli anni, andavo puntualmente in confusione sulla mia età. Ma come, “finivo”? Io dodici anni li “facevo”, anzi proprio di lì avrei cominciato a dire di averne dodici. Non potevo in nessun modo sospettare che “compiere” potesse essere un sinonimo di “finire”.

Ci sono parole a doppio taglio, che si incastrano in un confine logico e rendono la lingua una costruzione così misteriosa e affascinante. Una lingua maestra in questo è sicuramente il tedesco: quale studente di filosofia non ha in mente l’“aufheben” di Hegel, il “togliere” e “superare” allo stesso tempo?

Se restiamo però al ‘finire’, c’è una parola nella lingua sarda che può fare invidia al tedesco: “accabai”. “Accabai” vuol dire infatti “interrompere”, ma anche “portare a compimento”: due significati a prima vista diametralmente opposti (ti sarebbe piaciuta questa, eh Hegel?).

E’ nei meandri di questa contraddizione, tutt’altro che meramente linguistica, che si sviluppa il romanzo che vogliamo presentarvi: Accabadora, di Michela Murgia.

Di Michela Murgia non si può certo dire che viva tra le nuvole della letteratura. Ha 37 anni e può contare su esperienze lavorative come: venditrice di multiproprietà, operatrice fiscale, dirigente amministrativo in una centrale termoelettrica, portiere di notte. Oggi la Murgia non è considerata altro che una scrittrice. Ed anche piuttosto brava.

Divenuta famosa grazie alla trasposizione cinematografica del suo Il mondo deve sapere (il film è la commedia di Virzì Tutta la vita davanti), la Murgia ha pubblicato lo scorso anno il suo primo romanzo, Accabadora. Alberto Asor Rosa, decano dei critici letterari italiani, l’ha accostata a Roberto Saviano e ad altri giovani autori accomunati dall’esigenza di uno spostamento “dal centro alla periferia” che la letteratura italiana starebbe attuando nella sua ultima generazione.

La “periferia” di Michela Murgia (anche se lei non accetterebbe mai questa definizione, vedi intervista seguente) è la Sardegna. Più precisamente, in Accabadora, è un paesino sardo negli anni ’50, Soreni. Lì cresce Maria, fino a sei anni d’età semplicemente l’“ultima” di quattro figlie; dopo, “figlia d’anima” adottata da Bonaria, la sarta del paese. Maria sarà in realtà l’ultima nella piccola comunità a scoprire che la sarta Bonaria Urrai è l’“accabadora” di Soreni, cioè (secondo una figura sospesa in Sardegna tra storia e mito) colei che pone fine alle sofferenze dei morenti.

Può un simile compito essere affidato ad una persona? Sarà lei sempre capace di distinguere tra pietà e delitto? E come cambierà il rapporto tra Bonaria e Maria?

Michela Murgia ha scritto Accabadora mentre in Italia alcuni casi accendevano il dibattito sull’eutanasia. Nonostante il salto spazio-temporale-narrativo dall’oggi a questa piccola comunità sarda del dopoguerra misuri la distanza che corre tra la pratica dell’eutanasia e il rituale dell’accabadura, non vengono certo meno gli spunti di riflessione sul tema attuale del “donare la morte”.

Michela Murgia è venuta ad Amburgo a presentare l’edizione tedesca (Wagenbach) del suo romanzo. ciao! l’ha intervistata.

Michela Murgia, complimenti per il suo romanzo, sempre più premiato e ora tradotto anche in Germania. Ma è vero che neanche gli italiani hanno il privilegio di leggere l’originale dato che i dialoghi erano scritti in sardo?
E’ vero, all’inizio non riuscivo a immaginare che persone che storicamente non conoscevano che la loro lingua potessero esprimersi con proprietà in quella che a tutti gli effetti in Sardegna era ancora una lingua straniera, cioè l’italiano. La traslazione al registro corrente ha richiesto molto lavoro e alcune cose non è stato possibile tradurle completamente, perché mancava il concetto in italiano. 

In Accabadora il personaggio della prima madre (quella naturale) viene oscurato dalla figura dell’ultima madre (che pone fine alla vita): Secondo lei la maternità ha più a che fare con la morte che con la nascita?
Le due cose sono così strettamente connesse che è difficile scinderle per contrapporle. Forse la morte e la nascita sono la stessa madre che canta piano melodie diverse, una per far giocare e l’altra per far dormire, senza aderire a un modello senza sfumature.

C’è da essere nostalgici oggi di un senso della comunità (figli d’anima e modo collettivo di vivere la morte in Accabadora) soppiantato da un forte individualismo?

Credo che ogni comunità elabori le risposte alle domande del suo presente, e le domande del nostro presente evidentemente non sono le stesse che si poneva la comunità di cui Soreni è metafora letteraria. Se questo sia un bene o un male è un quesito moralista, la storia non ha morale, solo ricorrenze e necessità. La domanda se ci sia ancora bisogno di una comunità più coesa paradossalmente richiederebbe una risposta individuale, non collettiva. 

In che misura la Sardegna è oggi sempre meno “staccata” dall’Italia, per usare le parole della piccola Maria?

Al contrario io penso che il distacco della Sardegna dall’Italia sia sempre più evidente, ora che le foglie di fico di una inesistente unità nazionale stanno cadendo una ad una davanti al plotone organizzatissimo dei regionalismi più feroci. La Sardegna, che feroce non è mai stata, sta semplicemente relativizzando l’esperienza con l’Italia come in passato ha fatto con quella cartaginese, romana, pisana, genovese, spagnola, piemontese… nel corso della nostra storia il legame politico – e sottolineo politico – con l’Italia non è nemmeno quello che è durato più a lungo. 

Anche questo suo libro diverrà un film?
I diritti sono stati acquistati, sì. Ma se diverrà un film dipenderà molto dai finanziamenti che la produzione riuscirà ad ottenere per realizzarlo secondo i suoi progetti, che sono ambiziosi.

Ci consiglia un libro di un altro giovane scrittore italiano?
Francesco Abate e il suo Cattivo Cronista, che ha appena vinto il prestigioso Prix Littéraire Jeunes Européens, prendendosi la soddisfazione di far arrivare secondo Ian McEwan.

Lei ha fatto i lavori più diversi nella sua vita: qual è il più divertente?
Non esistono lavori divertenti, solo lavoratori con il senso dell’umorismo. Io mi divertivo anche a consegnare cartelle esattoriali.

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Wenn meine Oma mir anlässlich meines Geburtstages sagte, dass ein Lebensjahr abgelaufen sei, brachte sie mich regelmäßig durcheinander. Was sollte denn das heiβen? Ich wurde zum Beispiel zwölf Jahre alt und konnte endlich sagen, dass ich zwölf Jahre alt wäre. Trotzdem meinte sie: „Dein zwölftes Lebensjahr ist abgelaufen“. Damals ahnte ich noch nicht, dass die Verben „compiere“ und „finire“, die in diesem Zusammenhang im Italienischen benutzt werden, Synonyma sind.

Es gibt bekanntlich Wörter mit doppelter Bedeutung, die an eine logische Grenze stoßen und so die Sprache zu einem geheimnisvollen und faszinierenden Gebäude machen. Die deutsche Sprache zeichnet sich auf diesem Gebiet durch eine besondere Meisterschaft aus. Welcher Philosophiestudent erinnert sich nicht an das “Aufheben“ bei Hegel, das gleichzeitig „entfernen“ und „behalten“ bedeuten kann?

Kommen wir jedoch noch einmal auf das „Vollenden“ zurück.

Im Sardischen gibt es ein Verb, das sich in dieser Hinsicht durchaus mit dem Deutschen messen kann. „Accabai“ bedeutet in der Tat sowohl „unterbrechen“ als auch „vollenden“, hat also zwei auf den ersten Blick diametral entgegengesetzte Bedeutungen (Das hätte dir, lieber Hegel, gefallen was?!). In den Mäandern eines solchen Wiederspruchs, der keineswegs nur rein sprachlich zu verstehen ist, entwickelt sich der Roman von Michela Murgia, den wir hier vorstellen wollen: Accabadora.

Michela Murgia lebt keineswegs im Wolkenkuckucksheim der Literatur. Sie ist 37 Jahre alt und kann auf die unterschiedlichsten beruflichen Erfahrungen zurückblicken. So verdiente sie ihren Lebensunterhalt als Maklerin für Timesharingimmobilien, Mitarbeiterin des Finanzamtes, Verwaltungsangestellte eines Elektrizitätswerkes, Nachtportier. Heute ist Michela Murgia nur noch Schriftstellerin. Und zwar eine ziemlich gute Schriftstellerin! Erste Bekanntheit erlangte sie durch Paolo Virzìs Verfilmung ihres Tagebuchs „Il mondo deve sapere“ (dt.: „Die Welt soll es wissen“) unter dem Titel „ Tutta la vita davanti“. Im letzten Jahr veröffentlichte sie ihren ersten Roman Accabadora. Alberto Asor Rosa, der Doyen der italienischen Literaturkritik, stellt Murgia auf eine Stufe mit Roberto Saviano und anderen jungen Autoren, die allesamt die Forderung nach einer „Verlagerung vom Zentrum in die Peripherie“ verbindet, eine Verlagerung, die laut Rosa zur Zeit schon von der jungen Schriftstellergeneration vollzogen wird.

Michela Murgias Peripherie wäre demnach Sardinien, auch wenn sie diese Definition niemals akzeptierte (vgl. das folgende Interview). Um ganz genau zu sein, ist ihre Peripherie Soreni, ein kleines sardisches Dorf in den Fünfziger Jahren. Dort wächst Maria auf, die bis zu ihrem sechsten Lebensjahr nur die letzte von vier Töchtern ist, bis sie als „Kind des Herzens“ von Bonaria, der Dorfschneiderin, adoptiert wird. Dennoch bleibt Maria tatsächlich das letzte Mitglied dieser kleinen Dorfgemeinschaft, welches schließlich entdeckt, dass Bonaria Urrai die Accabadora (nach einer sardischen Figur zwischen Geschichte und Mythos) von Soreni ist, d.h. die Person, die dem Leiden Sterbender ein Ende setzt.

Kann eine solche Aufgabe überhaupt einem Menschen anvertraut werden? Wird sie in allen Fällen dazu in der Lage sein, zwischen Mitgefühl und Verbrechen zu unterscheiden? Und wie wird sich die Beziehung zwischen Maria und Bonaria entwickeln?

Michela Murgia schrieb Accabadora, während sich in Italien die Euthanasiedebatte aufgrund einiger aktueller Fälle heftig zuspitzte.

Der große räumliche, zeitliche und narrative Sprung von der Gegenwart in jenes kleine sardische Dorf der Nachkriegszeit und die Distanz, welche zwischen einer heute vorstellbaren Euthanasiepraxis und dem Ritual der Accabadora liegen, verringern keineswegs die Anzahl der Denkanstöße, die dieser Roman zum Thema der Tod als „Gabe“ bietet.

Als Michela Murgia in Hamburg die bei Wagenbach erschienene deutsche Ausgabe ihres Romans vorstellte, hat ciao! sie interviewt.

Michela Murgia, unsere Glückwünsche zu ihrem Roman, der laufend ausgezeichnet wird und nun auch in Deutschland erschienen ist. Stimmt es, dass selbst Italien nicht die Ehre zuteil wird, die Originalfassung zu lesen, da Sie alle Dialoge im sardischen Dialekt geschrieben haben?

Ja, das ist zutreffend. Zu Anfang gelang es mir nicht, mir vorzustellen, dass Menschen, die in der historischen Realität ausschließlich ihre eigene Sprache beherrschten, sich des Italienischen bedienen könnten, d.h. einer Sprache, die damals auf Sardinien noch eine Fremdsprache war.

Die Umsetzung hat sehr viel Arbeit verursacht. Einiges konnte nicht vollständig übersetzt werden, da es entsprechende italienische Begriffe nicht gibt.

In Accabadora wird die Figur der (natürlichen) Mutter überschattet von der Figur der „letzten Mutter“ (die dem Leben ein Ende setzt). Sind sie der Meinung, dass Mutterschaft mehr mit dem Tod als mit der Geburt zu tun hat?

Die zwei Phänomene sind so eng miteinander verbunden, dass es mir problematisch erscheint, sie zu trennen, um einen Gegensatz zwischen ihnen aufbauen. Vielleicht sind Tod und Geburt dieselbe Mutter, die jeweils unterschiedliche Melodien leise singt, einmal um zum Spielen einzuladen, das andere Mal um zum Einschlafen zu verhelfen, ohne damit nun andere Deutungsnuancen ausschließen zu wollen.

In Accabadora erleben wir die „Tochter des Herzens“ und das gemeinsame Tragen des Todes. In der Gegenwart wird der Gemeinschaftssinn jedoch von einem ausgeprägten Individualismus verdrängt. Müssen wir uns deshalb mit Wehmut der Vergangenheit erinnern?

Jedes Gemeinwesen sucht Antworten auf die Fragen seiner Gegenwart. Die Probleme, die uns bewegen, entsprechen offensichtlich nicht denjenigen, die sich das Gemeinwesen stellte, für das Soreni eine literarische Metapher ist. Ob dieses nun gut oder schlecht ist, betrachte ich als eine moralistische Frage. Die Geschichte kennt jedoch keine Moral, sondern nur Wiederholungen und Zwänge. Paradoxerweise erfordert die Frage, ob wir heute mehr Zusammenhalt in der Gesellschaft brauchen, nicht eine kollektive, sondern eine individuelle Antwort.

In welchem Maß ist Sardinien heute immer weniger von Italien „abgekoppelt“, um die Worte der kleinen Maria zu benutzen?

Meiner Meinung nach wird der Graben zwischen Italien und Sardinien laufend offensichtlicher. Der Regionalismus organisiert sich immer besser und wird zunehmend kämpferischer. So gewinnt er die Oberhand über die nationale Einheit, der nur noch die Rolle des „Feigenblattes“ bleibt. Sardinien, das eigentlich nie besonders kämpferisch war, überdenkt nun auch seine Erfahrungen mit Italien, wie es bereits seine Erfahrungen mit Karthago, Rom, Pisa, Genua, Spanien und dem Piemont relativiert hat. Im Laufe unserer Geschichte gehört die politische Bindung an Italien – und ich betone: die rein politische Bindung -, nicht einmal zu denjenigen, die am längsten gedauert haben.

Soll auch dieses Buch verfilmt werden?

Ja, die Filmrechte sind bereits erworben worden. Aber die filmische Umsetzung wird sehr von der Finanzierung abhängen, welche die Produktion erhalten kann, denn ihr Vorhaben ist sehr ehrgeizig.

Würden Sie uns ein Buch eines anderen jungen italienischen Schriftstellers empfehlen?

Francesco Abate und sein Il Cattivo Cronista, der soeben mit dem angesehenen Prix Litteraire des Jeunes Européens ausgezeichnet wurde und dem damit das Kunststück gelang, Ian Mac Ewan auf den zweiten Platz zu verweisen.

Sie hatten in Ihrem Leben bereits viele verschiedene Jobs. Welcher davon war am unterhaltsamsten?

Es gibt keine vergnüglichen Arbeiten. Es gibt nur humorvolle Arbeiter. Ich kann mich z. B. auch beim Zustellen von Steuerbescheiden vergnügen.

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